PADOVA All’indomani dell’abbraccio tra Giorgia Meloni e Pierpaolo Bombardieri al congresso della Uil, i leader dei tre sindacati (Cgil, Cisl e Uil) scelgono di mettere da parte le divisioni politiche e di concentrare la loro azione sulla riforma delle relazioni industriali, incalzando Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali affinché si apra subito una trattativa per arrivare a un grande accordo sul modello contrattuale e sulla rappresentanza. Con due obiettivi, per i sindacati: aumentare i salari, far fuori i contratti pirata.
È questo il senso della seconda giornata del congresso. Dal palco del palafiera di Padova sono intervenuti la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, e il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Due discorsi attesi, perché si pensava di assistere alla divaricazione del posizionamento politico dei tre sindacati nei confronti del governo Meloni, con Bombardieri che, proprio in questo congresso, ha reso evidente l’esistenza di un rapporto costruttivo con la premier, dopo anni nei quali lo stesso leader della Uil aveva sposato la linea conflittuale di Landini, che ora appare isolato nel ruolo di capofila dell’opposizione sociale al governo di centrodestra.
E invece né Fumarola né Landini hanno parlato di politica, ma si sono focalizzati sull’intesa che Cgil, Cisl e Uil, un po’ a sorpresa e dopo intensi mesi di lavoro, hanno raggiunto il 17 giugno scorso e subito inviato a Confindustria, Confcommercio e le altre associazioni imprenditoriali con le quali c’erano già stati diversi incontri per sondare il terreno. Su questo documento Landini, Fumarola e Bombardieri chiedono ora alle controparti l’apertura immediata di una trattativa per arrivare a un nuovo grande «accordo quadro». «Noi siamo pronti. Da lunedì possiamo partire e continuare fino a quando non arriveremo all’intesa», ha detto in un successivo punto stampa Bombardieri con accanto gli altri due leader. Un negoziato non-stop, dunque. Che i sindacalisti vorrebbero si chiudesse in tempi rapidi, sicuramente prima dell’autunno.
Si tratterebbe del nuovo quadro di relazioni industriali dopo quello risalente al Patto per la Fabbrica del 2018. Che gli stessi sindacati puntano poi a far recepire dal governo in una legge di sostegno che darebbe validità erga omnes ai contratti firmati dai sindacati più rappresentativi, ovvero le stesse Cgil, Cisl e Uil. Una prospettiva verso la quale Meloni, nel suo intervento al congresso Uil, ha lasciato la «porta aperta», per usare le sue parole. Per i tre sindacati l’accordo è fondamentale per arrivare a un sistema che rafforzi il salario e il potere contrattuale.
Il loro documento propone, tra le altre cose, una verifica ogni anno nel mese di giugno, degli eventuali scostamenti tra gli aumenti di retribuzione stabiliti dai contratti e l’inflazione, per definire eventuali recuperi in busta paga. Inoltre si propone l’estensione delle elezioni delle rappresentanze sindacali in ogni luogo di lavoro e una definizione puntuale del Tec, il trattamento economico complessivo, che dovrà fare da riferimento in ogni categoria, nel senso che nessun contratto potrà stabilire un Tec inferiore a quello dei contratti più rappresentativi: un criterio già recepito dal governo nel decreto legge del primo maggio ma che i sindacati vogliono rafforzare per evitare che, come ha detto Fumarola, attraverso il concetto ambiguo di «equivalenza», i contratti pirata (quelli che puntano a salari più bassi), cacciati dalla porta, possano rientrare dalla finestra. Questione tecnica non insormontabile.
Ora la palla passa a Confindustria e alle altre associazioni imprenditoriali che dovrebbero incontrarsi nei prossimi giorni. Per loro il problema principale da risolvere è quello di come misurare la propria rappresentatività, visto che in diverse categorie finora le sigle si sono combattute per scipparsi reciprocamente gli associati. Ma, anche qui, non si tratta di ostacoli insormontabili. Un’intesa per certi versi storica sarebbe un bel risultato per Landini, che il prossimo anno lascerà la guida della Cgil per fine mandato, ma anche per il presidente della Confindustria, Emanuele Orsini, che ha impostato la sua linea di relazioni industriali sul dialogo con tutte e tre le confederazioni, abbandonando le pratiche divisorie del passato.
Poi l’ultima mossa toccherebbe a Meloni con la legge di sostegno. E anche per lei potrebbe essere un successo. Da vantare in campagna elettorale. Le premesse, insomma, ci sono. Ma serve il coraggio. Di tutti.
3 lug 2026 | 15:07