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Carlo Ancelotti ha conquistato il Brasile: imprese, cadute, passione e tattica. Perché tutti lo amano, nonostante i pregiudizi

Carlo Ancelotti ha conquistato il Brasile: imprese, cadute, passione e tattica. Perché tutti lo amano, nonostante i pregiudizi

La scena in cui i calciatori brasiliani, dopo lo scampato pericolo contro il Giappone, sono corsi ad abbracciarlo ha un precedente. Dopo la finale di Champions del 2014 vinta con l’Atletico Madrid, i giocatori del Real invasero la sala della conferenza stampa e gli saltarono addosso cantando: «Como no te voy a querer?», come potrei non amarti?
Già: come si può non amare Carlo Ancelotti, ultimo italiano in corsa al Mondiale? Infatti i brasiliani, che lo chiamano Anseloci, lo adorano. E non solo perché ha portato dignitosamente agli ottavi un Brasile finora non all’altezza della sua tradizione, e sta pure imparando l’inno nazionale (l’inno brasiliano, enfatico e romantico più ancora del nostro, è difficilissimo).

Ancelotti è un finto calmo. In realtà è un emotivo. Un passionale. Emiliano di campagna. Nils Liedholm lo voleva alla Roma, ma esitava: per lui i grandi centrocampisti dovevano essere della Bilancia, come lui, e come Falcao; Ancelotti è dei Gemelli. Poi andò a casa del padre a Reggiolo, assaggiò il suo parmigiano, e si convinse: «Ancelotti è l’uomo giusto». Un giorno Liedholm lo beccò in macchina con un compagno e due ragazze. Un altro l’avrebbe rimproverato. Il Barone chiese: «C’è un posticino anche per me?».

Il calcio l’ha imparato prima da Liedholm, poi da Sacchi: zona, tattica del fuorigioco, pressing, velocità, possesso palla; tutte le cose considerate un tempo eretiche e oggi scontate per lui furono pane quotidiano già da calciatore. Quando arrivò al Milan, Berlusconi era perplesso: alle visite mediche risultò che aveva perso il 20 per cento di funzionalità del ginocchio. Sacchi rispose: l’importante è che non abbia perso il 20 per cento di funzionalità della testa. E poi aggiunse: «Lei mi compri Ancelotti, e io le porto la Champions». Il Milan vinse due Champions di fila. Sacchi gli impose ritmi e riti massacranti. In allenamento lo legava con una corda a Baresi e a Gullit, perché voleva che i tre non perdessero mai il contatto in campo. In pochi mesi Carlo perse sei chili.

Da allenatore ha vinto il campionato in Italia, Inghilterra, Francia, Germania, Spagna. Ma la sua specialità è la Champions. Due con il Milan, tre con il Real Madrid. Eppure ha dovuto affrontare spesso pregiudizi negativi. Troppo tranquillo, troppo educato, non abbastanza duro, non abbastanza cattivo. I tifosi della Juve non lo capirono: «Un maiale non può allenare» fu l’odioso striscione con cui lo accolsero. Finì che la Juventus lo esonerò. Lo stesso avrebbero poi fatto il Chelsea, il Real Madrid, il Bayern Monaco, il Napoli, sia pure in modi diversi. Aurelio De Laurentiis lo invitò a pranzo; «il pranzo più imbarazzante della mia vita» scrive Ancelotti nel suo bel libro autobiografico «The dream» (Rizzoli). Il ceo del Chelsea lo licenziò in corridoio. Al Paris Saint-Germain il direttore tecnico Leonardo gli disse: «Se non vinci domenica, devi andartene». Lui vinse, e a fine anno se ne andò, con le sue gambe. Nella stagione successiva il suo Real eliminò dalla Champions sia il Chelsea sia il Psg.

A Monaco il consiglio d’amministrazione presieduto da Kalle Rummenigge gli disse che i calciatori si prendevano troppe libertà. Lui si ricordò del Barone Liedholm e negli spogliatoi disse ai suoi ragazzi: «Il cda mi dice di leggervi questo decalogo…». Finì in una risata. Il suo Bayern fu derubato in semifinale proprio dal Real, e lui vaticinò: «È il momento di introdurre la tecnologia video», insomma il Var.

La sua vita è sempre in bilico tra la caduta e l’impresa. L’ultima apparizione a San Siro fu in Milan-Verona, il giorno in cui il Milan di Capello vinceva lo scudetto. Lui entrò, abbozzò un paso doble, incespicò, cadde faccia in avanti. Poi segnò due gol. Il ritorno al Real andò così. Ancelotti allenava l’Everton. Telefonò a Madrid per sapere se avevano calciatori da dare in prestito. Gli risposero: «Calciatori no. Però ci serve un allenatore». «Vi ricordate cosa abbiamo fatto insieme nel 2014?». Il giorno dopo Florentino Perez telefonò ad Ancelotti. «Ero in treno. Pregai che non ci fossero gallerie». Non c’erano.

C’è un video che gira sui social. Carlo parla da solo durante la partita e mormora: «Morto, sono morto. Incredibile, incredibile. Se non muoio oggi, vuol dire che sono immortale. Ma che atmosfera, eh?». Quando cominciò ad allenare la Reggiana si ripromise di continuare per cinque anni, massimo sei, e poi smettere. È ancora qui, al primo Mondiale da allenatore, a 67 anni. Ogni tanto va a riposarsi e a pescare nel suo buen retiro di Vancouver, la placida città della seconda moglie. Poi però non resiste. E torna in panchina. «C’è qualcosa nel mestiere dell’allenatore che crea dipendenza. Per me è come una droga».

È un maestro, in ogni senso: tra i giocatori che ha diretto, sono diventati allenatori Zidane, Seedorf, Inzaghi, Lampard, Deschamps, Conte, Rijkard, Gullit, Xabi Alonso. I colleghi li rispetta tutti, ma ha avuto tra loro un solo amico: Alex Ferguson. Il padre di Ancelotti, quello che piacque a Liedholm, è morto a 87 anni. Il giorno dopo Carlo era in panchina perché, ha spiegato, «papà avrebbe voluto così».
Quando è arrivato a Rio de Janeiro, a realizzare il sogno di qualsiasi bambino — andare al Mondiale con il Brasile — e di qualsiasi allenatore — sedere sulla panchina della squadra che ha vinto più Coppe del mondo —, gli hanno fatto trovare uno striscione che guarda caso ripeteva le parole di Liedholm: «Benvenuto Ancelotti, sei l’uomo giusto». Certo qui in America non ha sotto mano i brasiliani che ha allenato in carriera: Cafù, Kakà, Ronaldo, Rivaldo, Marcelo. Gli sono rimasti Vinicius, Casemiro, Endrick; mentre Neymar sembra più un problema da gestire. Oggi a New York con la Norvegia della vogata vichinga e del gigante Haaland sarà durissima. Ma che atmosfera, eh?

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