Economia

Microimprese, più credito per farle crescere bene

Microimprese, più credito per farle crescere bene

Abbiamo discusso a lungo, su L’Economia, del finanziamento alle imprese e dei modi per farle crescere. Sono sembrati sempre tutti d’accordo. Ma quando vi è l’unanimità qualcosa non va per il verso giusto. Occorre sempre diffidare di un «pensiero unico» — inevitabilmente anche il nostro rischia di esserlo — che in economia, forse più che in altri ambiti, è insieme un alibi e una trappola. Un alibi per giustificare inerzie gestionali e difficoltà burocratiche. «Noi vorremmo investire e crescere, però sono troppe le difficoltà…», dicono diversi imprenditori. «Noi vorremmo dare credito alle imprese, ma non ce lo chiedono…», ribattono alcuni banchieri. Dove sta la verità? L’alibi si trasforma in una trappola cognitiva nella quale finiscono per cadere aziende, banche, intermediari, istituzioni. Anche perché non si ha tanta voglia di cambiare le cose. Troppe le rendite di posizione: consulenze, commissioni e via di seguito. Anche la pigrizia mentale ha il suo dividendo, almeno apparente.

In questi ultimi giorni si sono succedute alcune significative analisi. La prima riguarda un’importante ricerca sul finanziamento bancario alle piccole aziende (non le mitiche Pmi) cioè a quelle realtà produttive, di beni e servizi, che hanno meno di dieci dipendenti e due milioni di fatturato.
Libro bianco sul credito alle micro e piccole imprese (Mpi), a cura di Paola Paoloni, presentato nei giorni scorsi, contiene una novità di non poco conto. Contrariamente a molte previsioni, il numero delle microimprese, dalla crisi finanziaria del 2008 a oggi, non si è assottigliato. Sono 5,5 milioni e rappresentano il 95 per cento delle circa 5,8 milioni di unità registrate da Movimprese nel 2024. Lo stesso numero di un decennio fa. Segno di una vitalità imprenditoriale che merita maggiore attenzione.
Si possono creare unicorni (società con più di un miliardo di valore) anche partendo dai servizi, dal turismo, dalla ristorazione. Non solo dall’industria più avanzata che comunque non è assente tra le Mpi. Basti solo citare quelle attive nell’e-commerce e nel cloud, nell’assistenza alle imprese nella transizione digitale e nell’Intelligenza artificiale. Secondo McKinsey Global Institute, le micro, piccole e medie imprese italiane — quindi Mpi più Pmi — creano circa il 63 per cento del valore aggiunto complessivo e garantiscono il 76 per cento dell’occupazione.

La rilevanza delle più piccole (Mpi) è superiore a ogni attesa. Assicurano il 41 per cento dell’occupazione contro una media del 29 per cento nelle altre economie avanzate. Ebbene questa coorte, tutt’altro che trascurabile, subisce da tempo un vero e proprio credit crunch. Una restrizione del credito che peraltro il mondo bancario continua a negare.
Dove sta la verità? Il volume di prestiti bancari, per le sole imprese con meno di venti addetti, è sceso — secondo il Libro bianco — da 171 miliardi nel 2011 a circa 107 miliardi nel 2024. Una contrazione di quasi il 37 per cento. «Ci troviamo di fronte ad alcuni paradossi — commenta Roberto Nicastro, presidente e cofondatore di Banca Aidexa — . Il primo è quello di realtà che pesano per il 30 per cento del nostro Pil e sono considerate dal sistema marginali, come se fossero destinate all’estinzione. Eppure, per fortuna, ci sono e aumentano di numero. Ogni giorno diciamo che devono crescere, fondersi, digitalizzarsi, aumentare la produttività, ma se poi il credito non ce l’hanno?».

Le criticità sono note. Gli istituti di credito privilegiano la gestione del risparmio. Sono attività redditizie che assorbono meno capitale dell’attività ordinaria. Prestare 100 mila euro o due milioni ha costi uguali. In Italia è più difficile, anche per le lungaggini giudiziarie per escutere un pegno, far leva su tutte le garanzie, aziendali e personali, di un imprenditore a differenza di quanto avviene in altri mercati. I rating non sempre misurano correttamente l’affidabilità creditizia. L’uso degli algoritmi e il rispetto delle normative del regolatore riducono l’attività intuitu personae. «E forse — continua Nicastro — queste micro aziende sono vittime di letture superficiali e stereotipate del fenomeno. Come è possibile che i ricercatori abbiano fatto così fatica a reperire i dati? Non riusciamo nemmeno a misurare quale sia il credito totale a loro destinato, si confondono con le Pmi e la media di Trilussa alla fine è ingannevole».
Il Fondo centrale di garanzia del Mediocredito centrale ha svolto (come la Sace del resto) una funzione benemerita, favorendo la conversione, da breve a lungo termine, del credito bancario alle Mpi. Si sono abbassate le rate annuali di rimborso. Si è ridotto il tasso di default. Si fallisce di meno. Ma non mancano i difetti. Le garanzie sono state usate soprattutto per rinnovare vecchie linee di credito anziché fornire nuovi finanziamenti ad aziende non bancarizzate. Si offre la stessa aliquota di garanzie a prescindere da dimensioni e rating delle aziende.

L’attuale sistema seleziona poco e consente agli istituti di credito di alleggerire i rischi sfruttando la garanzia pubblica. E qui arriviamo a un altro documento significativo degli ultimi giorni. Ed è la relazione della Corte dei conti sul bilancio dello Stato. Il rendiconto è stato parificato il 25 giugno scorso. Lo stock delle garanzie pubbliche ammontava a circa 293 miliardi di euro, sostanzialmente stabile rispetto ai circa 294 miliardi registrati a fine 2024, con un’incidenza sul prodotto interno lordo del 13 per cento (13,4 per cento nel 2024).
«Sul piano delle tendenze di medio periodo — è scritto nella Relazione — il dato più rilevante è il raddoppio della componente non emergenziale rispetto al 2019 e, escludendo le misure straordinarie, il ricorso allo strumento della garanzia è aumentato del 160 per cento rispetto all’anno pre-pandemico, attestandosi a oltre 2,6 volte il valore allora registrato».
La garanzia pubblica, in buona sostanza, non è più emergenziale, ma è diventata una componente di politica economica. Un sussidio pubblico di cui hanno fatto largo uso le banche per sgravarsi dei rischi, sulla cui efficacia è lecito nutrire dei dubbi. «Anche se dobbiamo ammettere — conclude Nicastro — che il moltiplicatore di questo aiuto pubblico, misurato sul credito aggiuntivo generato, pur con tutte le criticità, è di gran lunga superiore a quello dei bonus. Qui la leva è addirittura di dodici volte, per molti bonus solo uno».

L’importante, alla fine, è che vengano aiutate di più le microimprese. Soprattutto quelle che possono migliorare in produttività e magari crescere e diventare, non solo Pmi, ma anche veri e propri grandi gruppi.
Se il credito è troppo garantito o è garantito male, non si selezionano i migliori. E se si sostengono più le imprese decotte o quelle con maggiori legami politici e territoriali, si costringono quelle più innovative a espatriare. E, di conseguenza, la crescita dimensionale e la ricerca della produttività degradano da necessità assoluta a semplici opzioni.
Tutti ingredienti per giustificare alibi e creare nuove trappole.

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7 lug 2026 | 07:04

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