Manca ancora qualche passaggio con le autorità americane dei mercati e il completamento della due diligence. «Ma entro novembre chiuderemo l’acquisizione della Usi Insurance Services di New York dal fondo di private equity Kkr per un valore di 17 miliardi di dollari, annunciata a fine agosto. È un’operazione coraggiosa e trasformativa perché rafforza Aon sul mercato delle medie imprese americane, con una forte presenza locale, un comparto dove i margini sono più elevati».
Carlo Clavarino, con l’incarico di executive chairman international, è il numero due mondiale del gruppo Usa della consulenza sui rischi delle imprese, l’intermediazione assicurativa e riassicurativa che movimenta circa 70 miliardi l’anno. Clavarino è un manager di lungo corso del gruppo, che ha seguito fin dal debutto in Italia nel 1998 con l’acquisto delle attività di brokeraggio della famiglia Brichetto Arnaboldi, guidate da Letizia Moratti. Da allora Aon è cresciuta fino a diventare il primo broker del Paese. Clavarino ha seguito passo dopo passo anche l’operazione negli Stati Uniti che segue a ruota l’acquisizione nel 2024 del broker Nfp (National Financial Partners) per un valore d’impresa pari a circa 13 miliardi di dollari.
Quale è la strategia dietro questa mossa?
«Siamo sempre stati leader mondiali nei servizi a corporation, tra Los Angeles, New York, Chicago, seguendo poi i grandi clienti nelle capitali a livello globale. Adesso aggiungiamo una rete molto capillare di broker che si interfacciano con le medie imprese americane. Vogliamo creare una piattaforma ad hoc per questo settore che esige coperture dai rischi meno sofisticate rispetto a quelle dei grandi gruppi. Nel settore dei maggiori clienti c’è ormai moltissima competizione, anche sul fronte delle condizioni. Ci siamo guardati attorno per crescere ancora e abbiamo visto che realtà Usa più piccole e giovani come Gallagher Insurance sono cresciute fino a sfiorare i 70 miliardi di dollari di capitalizzazione e hanno multipli che arrivano a 40 volte l’utile lavorando solo nel mid market dove il margine di intermediazione è più alto e i costi sono meno elevati. Qui premia la relazione con i clienti sparsi nella provincia Usa. Le banche ci hanno sostenuto».
Com’è costruita l’operazione?
«Ci facciamo carico di circa 4 miliardi di debito già in capo a Usi e versiamo 13 miliardi per cassa. Le banche finanziatrici ci hanno proposto addirittura fino a cinque volte l’ammontare richiesto. Abbiamo avuto proposte anche dagli istituti italiani ma le condizioni erano talmente interessanti per noi che hanno preferito rinunciare. C’è moltissimo interesse sul settore delle medie imprese che richiedono prodotti più semplici e hanno profili di rischio più bassi. Il mercato ci conosce. Ormai si è accorta di noi anche l’industria dei grandi private equity».
Su quale fronte?
«I fondi ci chiedono di prendere posizione sui nostri grandi portafogli. Sono assicurati da primari esperti e quindi sicuri. D’altronde lavoriamo per tutte le grandissime compagnie: da Generali a Aig, Axa, Allianz. Aon e Blackstone hanno stretto una partnership per convogliare flussi di riassicurazione nei danni e negli infortuni in un veicolo di capitale istituzionale denominato “Cortina” che opera presso i Lloyd’s di Londra, collegando i capitali privati di Blackstone con il mercato del rischio assicurativo. Blackstone con questo fondo diventerà un sottoscrittore del nostro portafoglio assicurativo. È già il più grande compratore di polizze al mondo con 3,3 miliardi spesi ogni anno, 15 volte quello che spende un gruppo come Eni. Prima erano le grandi realtà industriali ad acquistare polizze: Esso, BP, Ford, GM. Oggi i protagonisti sono oltre a Blackstone, Apollo, Cvc e altri».
Wall Street vede questa evoluzione?
«La cosiddette Big Tech negli ultimi tempi hanno assorbito moltissimo capitale: circa un terzo del risparmio mondiale. Oggi sembra esserci una nuova valutazione da parte degli investitori, anche sulla scia delle informazioni sull’esposizione finanziaria di queste grandi corporation tecnologiche. L’auspicio è che il risparmio torni sulle imprese che svolgono un mestiere che dura da oltre 100 anni, tra i più antichi al mondo e tra i più solidi e prevedibili: il 90% dei nostri ricavi è ricorrente. E i nostri clienti hanno attività bilanciate a livello globale».
Quale è l’impatto dell’Ai?
«Le grandi operazioni, quelle in cui si devono valutare per esempio le cosiddette passività occulte come i rischi ambientali e quelli legati al lavoro, richiedono competenze giuridiche, fiscali ed economiche tali da non poter essere sostituite dall’Ai. Questo lavoro avrà sempre bisogno della componente umana. Per il mid market invece premia il rapporto personale con il cliente, difficilmente sostituibile con gli algoritmi. Nei sinistri i piccoli imprenditori puntano molto sul rapporto fiduciario. Poi il mondo cambierà ancora. Elon Musk ha fatto un’auto che vola.... Difficile prevedere i tempi di un ulteriore cambiamento. Però quel che vedo è un imprenditore che punta al rapporto personale».
Quale sarà l’effetto dell’acquisto di Usi?
«Se riusciamo ad attuare le sinergie previste pari a 500 milioni l’anno, con il cash flow possiamo rientrare dall’investimento in tempi brevi. A quel punto il mercato ci premierà. Ora dobbiamo lavorare sodo».
Quanto vale il business in Italia?
«Oggi circa 500 milioni di ricavi, anche grazie al lavoro dell’amministratore delegato Andrea Parisi. Siamo partiti da 40 milioni 25 anni fa. È una bella storia di crescita»
27 ott 2026 | 18:16