L'Italia migliora, ma non per tutti e non dappertutto. Crescono i redditi, aumenta l'occupazione, si vive più a lungo e oltre quattro indicatori di benessere su dieci registrano progressi. Eppure oltre 5,4 milioni di persone continuano a vivere in povertà assoluta, il rischio di povertà resta superiore alla media europea e la distanza tra Nord e Sud attraversa quasi tutti gli aspetti della vita quotidiana. È la fotografia, fatta di progressi e contraddizioni, che emerge dal Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) dell'Istat, pubblicato lunedì 26 ottobre.
Il bilancio complessivo mostra segnali positivi: dei 132 indicatori confrontabili con l'anno precedente, 54 migliorano, 55 restano stabili e 23 peggiorano. Ma il confronto con l'Unione europea rivela le debolezze strutturali del Paese: sui 40 indicatori disponibili, l'Italia fa meglio della media Ue in 12 casi e peggio in 18. I punti di forza sono soprattutto salute e sicurezza, mentre le maggiori criticità riguardano istruzione, occupazione, ricerca e innovazione. Sul rischio di povertà il dato italiano supera di 2,3 punti percentuali quello europeo. Il Bes, che considera complessivamente 148 indicatori distribuiti in dodici ambiti, misura il benessere andando oltre la semplice crescita del Pil.
Nel 2025 il reddito medio disponibile pro capite è aumentato del 2,4% in termini nominali, dopo il 3% del 2024. In due anni la crescita complessiva è stata di circa il 5,5%, ma al netto dell'inflazione il guadagno reale si è fermato al 2,2%. Una parte consistente dell'aumento è stata dunque assorbita dai prezzi. Il dato riguarda il reddito disponibile, che comprende anche entrate diverse dagli stipendi. Migliora intanto la percezione delle famiglie: quelle che dichiarano un peggioramento della propria situazione economica sono scese dal 33,9% del 2023 al 26,2% del 2025, avvicinandosi ai livelli precedenti alla pandemia. Si riduce inoltre la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi.
Ma il recupero del potere d'acquisto degli stipendi si è già arrestato nel 2026. Lo ha segnalato il presidente dell'Istat Francesco Maria Chelli nell'audizione parlamentare del 12 ottobre: dopo una fase di miglioramento iniziata alla fine del 2023, nel secondo trimestre di quest'anno la crescita delle retribuzioni ha smesso di superare quella dei prezzi. Sulla base dei contratti rinnovati fino ad agosto, e in assenza di ulteriori rinnovi, le retribuzioni contrattuali aumenterebbero mediamente del 2,5% nel 2026, contro un'inflazione acquisita IPCA del 3%, secondo i dati provvisori di settembre. E il divario accumulato rimane pesante: tra il primo trimestre del 2021 e il secondo del 2026 le retribuzioni contrattuali hanno perso il 9,3% del potere d'acquisto, quelle effettivamente percepite il 9,4%.
Il rischio di povertà, un indicatore diverso che misura la vulnerabilità economica rispetto ai redditi della popolazione, scende lievemente dal 18,9% al 18,6%. Ma le disuguaglianze restano profonde: tra chi ha al massimo la licenza media il rischio è del 25,9%, contro il 7,1% dei laureati. Nel Mezzogiorno, tra i 25 e i 44 anni con basso livello di istruzione, raggiunge addirittura il 51,8%. Considerando il più ampio indicatore del rischio di povertà o esclusione sociale, l'Italia si colloca al ventunesimo posto nell'Unione europea, con il 22,6% della popolazione coinvolta contro il 20,9% della media Ue.
Il miglioramento dei redditi convive con un problema molto concreto: sostenere le spese quotidiane. Nel 2025 il 7,5% degli italiani vive in famiglie che dichiarano di arrivare a fine mese con grande difficoltà. Nel Mezzogiorno la quota sale al 12,3%, contro il 4,7% del Centro. Anche la povertà assoluta segue la stessa geografia: riguarda l'11,5% dei residenti al Sud, l'8,5% al Nord e il 7,4% al Centro. Valori in miglioramento rispetto al 2024, ma ancora molto distanti.
Continuano intanto ad aumentare i costi dell'abitazione, dagli affitti ai servizi essenziali, anche se la quota di famiglie eccessivamente gravate da queste spese resta intorno al 5%, grazie anche alla crescita del potere d'acquisto.
Il lavoro mostra un'altra contraddizione. Nel 2025 il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni è salito al 67,6%, mezzo punto in più rispetto all'anno precedente, con una crescita più marcata tra donne, lavoratori adulti e residenti nel Mezzogiorno. Ma le distanze restano enormi: al Nord lavora il 75,3% delle persone, al Centro il 72,2%, al Sud appena il 54,2%. Nel Mezzogiorno sono occupate soltanto quattro donne su dieci, contro quasi sei nella media nazionale. E rispetto all'Ue il tasso di occupazione italiano è inferiore di 8,5 punti, con uno svantaggio che raggiunge i 13,3 punti tra le donne.
Aumenta l'occupazione, ma non necessariamente la stabilità. Nonostante la riduzione complessiva del lavoro a termine, la quota di chi rimane precario per almeno cinque anni presso lo stesso datore sale dal 19,4% al 21,3%. E soltanto il 12,3% dei lavoratori a termine è passato a un'occupazione stabile tra il 2024 e il 2025, contro il 16,6% del periodo precedente. Tra le donne resta inoltre elevato il part-time involontario, che riguarda il 12,8% delle occupate contro il 4% degli uomini. A questo si aggiunge il peso del lavoro familiare non retribuito: nelle coppie in cui entrambi lavorano, le donne continuano a svolgerne il 68,9%, una quota praticamente invariata in dieci anni.
Le differenze territoriali attraversano quasi tutte le dimensioni del benessere. Tutte le regioni del Nord e del Centro, con l'eccezione del Lazio, superano la media nazionale in almeno metà degli indicatori disponibili. Nel Mezzogiorno, fatta eccezione per l'Abruzzo, prevalgono invece i risultati inferiori alla media. Friuli-Venezia Giulia e le Province autonome di Trento e Bolzano fanno meglio del dato nazionale in almeno dieci dei dodici ambiti, mentre Campania, Puglia e Calabria fanno peggio in almeno dieci. Abruzzo e Sardegna mostrano risultati relativamente favorevoli nel contesto meridionale, mentre alcuni ritardi nell'innovazione riguardano anche Valle d'Aosta e Liguria.
È soprattutto l'istruzione a pesare sulle prospettive future. La quota di diplomati in Italia è inferiore di 14,2 punti percentuali alla media europea, quella dei laureati di 13,7. Nell'anno scolastico 2025-2026 il 43,1% degli studenti di terza media non raggiunge competenze sufficienti in italiano e il 45,5% in matematica, con risultati peggiori rispetto all'anno precedente e ancora lontani dai livelli precedenti alla pandemia.
Qualche progresso arriva dall'abbandono scolastico precoce, sceso all'8,2%, sotto l'obiettivo europeo del 9% fissato per il 2030. Diminuiscono anche i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano, i Neet, passati dal 23,7% del 2020 al 13,3% del 2025, ancora sopra l'11% europeo. Restano inoltre i ritardi nelle competenze digitali, possedute almeno a livello di base dal 54,3% degli italiani contro il 60,4% dell'Ue, e nella ricerca, alla quale l'Italia destina l'1,40% del Pil rispetto al 2,26% europeo.
La salute rimane uno dei punti di forza italiani. Nel 2025 la speranza di vita alla nascita raggiunge il record di 83,7 anni, 2,2 anni in più della media europea e oltre un anno sopra il livello del 2014. Gli uomini arrivano a 81,7 anni, le donne a 85,7. Il divario tra i sessi si è ridotto da 5,7 a quattro anni rispetto al 2004, mentre quello territoriale si è allargato: il vantaggio del Nord sul Mezzogiorno è passato da 0,7 a 1,4 anni.
Migliora anche la speranza di vita in buona salute, che dopo quattro anni consecutivi di calo torna a crescere, passando da 58,2 a 59,1 anni.
Il rapporto Istat consegna così l'immagine di un Paese che recupera benessere, ma continua a distribuirlo in modo diseguale. I redditi crescono senza cancellare la povertà, l'occupazione aumenta senza garantire sempre stabilità e la longevità raggiunge nuovi record mentre si allargano alcune distanze territoriali. La questione non è soltanto quanto migliori l'Italia, ma quanta parte della popolazione riesca effettivamente a beneficiare di questo miglioramento.
26 ottobre 2026, 12:27 - Aggiornata il 26 ottobre 2026 , 12:37