«Jio maine banaya», ho costruito Jio. Lo slogan tappezza i cartelloni delle vie più trafficate di Delhi, Mumbai e delle altre megalopoli indiane, accompagnato dai volti di contadini, medici, studenti… Da settimane la campagna pubblicitaria celebra il decimo anniversario di Jio Platforms, la compagnia telefonica che fornisce la connessione mobile a oltre 500 milioni di indiani.
A costruire Jio, in realtà, è stato Mukesh Ambani che ieri si è commosso più volte durante la cerimonia per la quotazione della società alla Borsa di Mumbai, la più grande nella storia dell’India. Patron del conglomerato Reliance Industries, Ambani è il secondo uomo più ricco del Paese e uno dei più intraprendenti. Il grattacielo di 27 piani, 173 metri di altezza e 2 miliardi di valutazione che ha edificato come residenza personale a Mumbai è sintomo, secondo i detrattori, di un esibizionismo fuori luogo, per di più nella città che ospita una delle più grandi baraccopoli del mondo. Per gli estimatori, è un simbolo della sua ambizione che lo spinge a entrare in settori dominati da imprese potenti.
In questo spirito, forte dei profitti delle attività petrolchimiche del gruppo, nel 2016 Ambani ha deciso di sconquassare l’industria delle telecomunicazioni nazionale, cavalcando l’afflato di sviluppo del Paese. Jio è infatti arrivata sul mercato un anno di distanza dal lancio del piano Digital India da parte del primo ministro indiano Narendra Modi, con cui Ambani vanta un datato e controverso allineamento di interessi, risalente a quando Modi era primo ministro del Gujarat, lo Stato più “imprenditoriale” del Paese.
A riprova della coincidenza di obiettivi politici e aziendali, sul manifesto di lancio di Jio nel 2016 campeggiava come insolito testimonial proprio il mezzobusto di Modi, accompagnato dalla frase: “Dedicato all’India e agli 1,2 miliardi di indiani”. Dando seguito ai proclami, Jio è stato il primo operatore a cancellare le maggiorazioni per le chiamate fra i 28 Stati indiani, stabilendo un’unica tariffa per le comunicazioni all’interno del Paese. Soprattutto, è stato il primo a offrire pacchetti di dati a costi ultraconvenienti, consentendo a centinaia di milioni di indiani di accedere a servizi come Instagram e YouTube.
Meta e Google hanno ringraziato investendo, accanto a fondi sovrani del Golfo e private equity americani, nell’aumento di capitale da 20,5 miliardi di dollari chiuso da Jio nel 2020, in piena pandemia. L’iniezione di fondi ha consentito alla casa-madre Reliance di azzerare i suoi debiti nella fase delicata dei lockdown e del petrolio a prezzi negativi. E a Jio di continuare la battaglia sui prezzi contro Vodafone e Bharti Airtel. A fine 2025 la compagnia ha superato il mezzo miliardo di abbonati, confermandosi primo operatore in India. Oggi dalla sua rete passa circa il 60% del traffico mobile generato dagli smartphone del Paese, ai cui schermi – vuoi per le lunghissime attese nel traffico, vuoi per la carenza di wi-fi domestici – gli indiani sono persino più attaccati dei consumatori occidentali. Il consumo medio pro-capite di dati degli utenti di Jio è di 43,7 gigabyte al mese, dieci in più degli italiani, e cresce costantemente.
Alla luce di questi numeri, Jio ha osato sfidare l’incertezza globale per chiedere alla Borsa circa 3,2 miliardi. Il mercato ha risposto subito: tutte le azioni in vendita sono state “prenotate” da acquirenti interessati nel giro di 95 minuti e, alla fine, la domanda ha superato di 22 volte l’offerta. La mole di richieste rimasta inevasa ha spinto gli investitori a precipitarsi a comprare azioni nella prima seduta di negoziazione dell’operatore a Mumbai: mercoledì Jio ha chiuso in rialzo del 27% per una capitalizzazione di 137 miliardi, la seconda più elevata del listino dietro alla capogruppo Reliance Industries.
L’impero industriale degli Ambani ha così superato per valore quello della famiglia Tata - considerata in India uno «Stato nello Stato per le sue ramificazioni - e staccato il terzo grande conglomerato indiano che fa capo agli Adani. Mentre Tata ha appena comprato Iveco e Adani è in corsa per l’aeroporto di Catania, però, l’unica incursione di Ambani in Italia è stata per la mega-festa di matrimonio di uno dei figli a Portofino; non per affari. Almeno per ora.