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Il capolavoro di Gattuso, dalla disfatta di Zenica alla Lazio prima in classifica: «No, noi lassù non c'entriamo nulla». I segreti di una grande rivincita

Il capolavoro di Gattuso, dalla disfatta di Zenica alla Lazio prima in classifica: «No, noi lassù non c'entriamo nulla». I segreti di una grande rivincita

«Ma noi lassù non c’entriamo nulla». Perfino dopo l’ubriacante vittoria di Reggio Emilia contro il Sassuolo, Gennaro Gattuso, il capo dei «pirati laziali» che sta arrembando il campionato, mantiene il basso profilo. Non ci casca alle lusinghe di una classifica che nessuno avrebbe potuto mai immaginare, quella più bella di tutte nelle prime nove giornate in serie A dopo 126 anni di storia. Rimane legato ai suoi principi, manco fosse Ulisse che sfida le sirene: «Non dobbiamo mai gestire la partita: quando lo facciamo, finiamo in difficoltà». Come un prestigiatore, tira fuori dal cilindro i pochissimi difetti della sua squadra, quasi a voler distogliere l’attenzione dal Fenomeno-Lazio.

Per qualche settimana c’è riuscito. Ma adesso l’impresa diventa quasi impossibile. Perché la sua squadra risponde perfettamente ai comandi e perché le soluzioni tattiche che sembravano d’emergenza – Belahyane al posto degli infortunati Rovella e Cataldi, Noslin centrale d’attacco, Sutalo ministro della difesa – sono diventate vincenti. Soluzioni immaginate da un tecnico che soltanto nell’aprile scorso, era triste e solitario sulla spiaggia di Marbella, da anni il suo buen ritiro lontano dal calcio. Erano i giorni della grande amarezza, dopo la notte di Zenica, dell’acida sconfitta in Bosnia, quella del terzo mondiale consecutivo fallito dall’Italia del pallone.

Lui da ex cittì non faceva sconti a sè stesso: «Quella ferita resterà per sempre, la porterò con me per tutta la vita». Non si nasconde Gennaro detto quella da allenatore – che sembrava stregata. «Da giocatore ho vinto tutto ed ho avuto moltissimo. Da allenatore è come se scontassi quei successi». Pensieri ricorrenti, che a Formello hanno cominciato a diradarsi. La Lazio, del resto, era nel suo destino. Sette anni fa era sulla strada di Roma, dopo un primo tempo choc dei biancocelesti di Inzaghi contro l’Atalanta: sotto di tre gol all’intervallo, il presidentissimo Lotito aveva dato mandato all’allora diesse Tare di convocare subito Gattuso per subentrare a Simone. Ma poi la Lazio pareggiò quella partita e Rino fece dietrofront con la macchina in quella notte di ottobre del 2019. A Lotito, tuttavia, quel nome era rimasto in testa.

 Stima solida, ribadita questa estate. Certo, il contratto annuale, rinnovabile a patto di non finire sotto il dodicesimo posto in classifica, la diceva lunga sulle aspettative stagionali. Colpa di un mercato di contenimento, della contestazione brutale con lo sciopero dei tifosi ad oltranza nelle gare casalinghe, di musi lunghi e paure. E’ lì che Gattuso ha trasformato un gruppo di distratti calciatori, nella sua ciurma: nei torridi giorni estivi del ritiro a Formello ha parlato chiaro: «Ragazzi chi non se la sente può andarsene». 

Ai vecchi laziali quelle parole ricordarono il discorso che Eugenio Fascetti fece alla sua Lazio penalizzata di 9 punti che sfiorò la retrocessione in C evitata solo con gli spareggi di Napoli. Sono trascorsi 40 anni, ma quella chiave fatta di empatia e appartenenza funzionò allora e funziona adesso.

 Come nel caso della cena per tutti i dipendenti di Formello (una cinquantina) in un noto ristorante della zona offerta qualche settimana fa da Gattuso per far sentire tutti partecipi in quest’avventura. Del resto, per uno che ha perso una sorella di 37 anni, che combatte con una malattia degenerativa agli occhi e che ha fallito la più grande opportunità professionale da allenatore, tutto il resto può sembrare piccolo, addirittura insignificante. La forza di chi non ha nulla da perdere. 

«Abbiamo conquistato altri punti per la salvezza», ripete prudente anche dopo la magnifica serata di Reggio Emilia. Sta coi piedi per terra Rino, ma in cuor suo non smette di sognare. E sa che appresso ha una ciurma spregiudicata e ambiziosa che va in campo, gioca, si diverte e vince. Ed un popolo. Che ce l’avrà anche col presidente Lotito, ma che da agosto può godersi una Lazio che nemmeno il più sfegatato dei tifosi poteva anche solo immaginare. Merito di un allenatore che solo sei anni fa a Marbella, sembrava davvero sul Viale del Tramonto. 

28 ott 2026 | 11:15

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