La parità di genere nelle società quotate ha fatto passi avanti, ma il traguardo è ancora lontano. Soprattutto quando si passa dai consigli di amministrazione ai posti in cui si prendono le decisioni operative, a cominciare dalla poltrona di amministratore delegato. Per questo un gruppo di associazioni, centri di ricerca e organizzazioni impegnate nella promozione della leadership femminile ha scritto al ministero dell’Economia, chiedendo di correggere le nuove norme sul governo societario e di rendere più incisivi gli strumenti per riequilibrare la presenza di uomini e donne ai vertici delle imprese.
Il documento, datato 26 ottobre e inviato alla Cabina di regia del Mef nell’ambito della consultazione sui decreti correttivi della Legge Capitali, mette sul tavolo una serie di proposte che puntano a rafforzare le regole sulla diversità di genere nelle società quotate. Tra i firmatari figurano Inclusione Donna, che riunisce 88 associazioni e 51 ambassador, Nedcommunity, il Centro interdisciplinare di ricerche e studi delle donne e di genere dell’Università di Torino, GammaDonna e Fuori Quota, insieme ad altre realtà del mondo accademico e professionale.
La richiesta principale è chiara: le quote di genere non devono avere una data di scadenza. La disciplina attuale del Testo unico della finanza prevede che il criterio di riparto dei posti in consiglio a favore del sesso meno rappresentato, pari ai due quinti dei componenti, si applichi per sei mandati consecutivi. Secondo i firmatari, questa clausola temporale non è coerente con la direttiva europea sull’equilibrio di genere nei board, che prevede verifiche periodiche sui risultati, non una decadenza automatica delle misure. La proposta è dunque eliminare la cosiddetta sunset clause e mantenere le regole finché non sarà dimostrato che i progressi verso una rappresentanza equilibrata sono sufficientemente solidi. L’obiettivo è evitare che i risultati ottenuti grazie all’intervento normativo vengano compromessi una volta esaurito il periodo di applicazione delle quote.
Ma il tema non riguarda soltanto il numero di donne sedute nei consigli. Il vero banco di prova è la possibilità di accedere agli incarichi esecutivi, quelli che concentrano le responsabilità gestionali e il potere decisionale. Su questo fronte la lettera chiede di introdurre obiettivi quantitativi specifici per migliorare l’equilibrio tra uomini e donne fra gli amministratori esecutivi, con l’obbligo per le società interessate di indicare i traguardi fissati e le scadenze per raggiungerli. La richiesta discende dalla direttiva europea 2022/2381, che prevede obiettivi individuali per le società che hanno già raggiunto la soglia richiesta per gli amministratori non esecutivi, ma non hanno un equilibrio analogo tra quelli con incarichi esecutivi.
Per le associazioni, il recepimento di queste disposizioni è necessario per colmare una lacuna della normativa italiana. Non basta, in altri termini, che la presenza femminile sia garantita nella composizione complessiva del board: occorre verificare anche chi ricopre gli incarichi che incidono direttamente sulla gestione dell’impresa. Il divario resta evidente nei numeri richiamati nel documento. Secondo uno studio del World Economic Forum citato dai firmatari, in Italia le donne rappresentano appena il 2,4% degli amministratori delegati, contro una media europea dell’8%. Una distanza che segnala come l'aumento della rappresentanza nei consigli non si traduca automaticamente in un accesso equivalente alle posizioni di vertice.
Un altro capitolo riguarda la trasparenza. Le associazioni chiedono che le società siano tenute a rendicontare in modo più puntuale gli obiettivi per l’equilibrio di genere tra gli amministratori esecutivi, le misure adottate per raggiungerli e le ragioni di eventuali ritardi. Le informazioni dovrebbero confluire nella relazione sul governo societario, in modo da consentire agli investitori e al mercato di valutare i progressi compiuti. La lettera propone inoltre di affidare alla Consob, eventualmente in collaborazione con gli organismi per la parità e con esperti di corporate governance, un ruolo specifico nella promozione, nell’analisi e nel monitoraggio dell’equilibrio di genere nei consigli. Un presidio che, nelle intenzioni dei firmatari, dovrebbe rendere più sistematica la verifica dell’efficacia delle regole.
Il ragionamento non è soltanto legato ai diritti e alle pari opportunità. Le associazioni rivendicano anche una motivazione economica: una maggiore diversità nei consigli può ampliare le competenze disponibili, migliorare il confronto interno e rendere più articolato il processo decisionale. La lettera richiama, a questo proposito, gli studi citati dalla Banca d’Italia sull’impatto della presenza femminile nei board e le regole già applicate a banche e assicurazioni, dove è previsto che il genere meno rappresentato costituisca almeno il 33% dei componenti degli organi interessati.
Le richieste al Mef non si fermano alle società quotate sui mercati regolamentati. I firmatari auspicano che la disciplina sull’equilibrio di genere venga estesa anche alle società negoziate sui mercati di crescita, alle grandi imprese, a quelle tenute al bilancio consolidato e alle società presenti nei sistemi multilaterali di negoziazione. L’obiettivo è evitare che le tutele dipendano esclusivamente dal mercato sul quale sono scambiate le azioni. La posta in gioco, nella lettura delle associazioni, è più ampia della composizione dei singoli consigli. La lettera richiama il posizionamento dell’Italia negli indici internazionali sulla parità e la bassa partecipazione femminile ai ruoli di responsabilità economica. Il messaggio rivolto al Mef è che la riforma del mercato dei capitali dovrebbe essere anche l’occasione per consolidare le condizioni che permettono alle donne di accedere ai centri decisionali delle imprese.
Adesso la questione passa al legislatore, chiamato a valutare le proposte nell’ambito dei decreti correttivi della Legge Capitali. La richiesta delle associazioni è di non considerare la parità un risultato già acquisito, ma un obiettivo da misurare nel tempo, con regole, trasparenza e controlli. Perché il numero di donne nei consigli è soltanto una parte della storia: l’altra è quante riescano ad arrivare davvero al comando.
27 ott 2026 | 16:19