L'industria italiana degli imballaggi flessibili continua a crescere, assume personale e mantiene una forte presenza sui mercati internazionali. Ma dietro la tenuta del settore si allarga una forbice che preoccupa le imprese: nel 2025 il fatturato è aumentato appena dello 0,5%, mentre i costi di produzione sono saliti del 3,1%, oltre sei volte tanto. Una differenza che rischia di comprimere i margini e ridurre le risorse disponibili per gli investimenti, proprio mentre le aziende devono affrontare una delle trasformazioni più impegnative degli ultimi anni, quella imposta dalle nuove regole europee sugli imballaggi.
A fotografare la situazione è l'analisi di Mecs – Manufacturing Economic Studies, presentata a Firenze durante il convegno di Giflex, l'associazione nazionale dei produttori di imballaggi flessibili. Il giro d'affari del comparto ha raggiunto 4,36 miliardi di euro, mentre l'occupazione è cresciuta del 2,6%, confermando la capacità delle aziende di sostenere il lavoro anche in una fase di rallentamento dei ricavi.
A pesare sui bilanci è soprattutto l'aumento delle spese operative. Nel 2025 i costi dei servizi sono cresciuti del 5,5%, con un'incidenza rilevante dell'energia, quelli del personale del 4,4% e quelli delle materie prime del 2,8%. Incrementi che non trovano un corrispondente aumento del fatturato. La pressione sui costi, tuttavia, non consente da sola di quantificare la contrazione dei margini, che dipende anche dall'andamento dei volumi e dalla capacità delle imprese di trasferire i rincari sui prezzi di vendita.
«In un momento in cui le imprese sono molto impegnate nell'innovazione degli imballaggi flessibili, destinati al confezionamento di prodotti alimentari, farmaceutici, chimici e ad altre applicazioni industriali, la pressione sui costi purtroppo riduce le risorse a disposizione», osserva Neni Rossini, presidente di Giflex, eletta lo scorso maggio per il triennio 2026-2029.
A sostenere il settore è la sua vocazione internazionale: le esportazioni rappresentano il 50,4% del fatturato, una quota che conferma la rilevanza dei mercati esteri per un'industria altamente specializzata. Ma è proprio questa esposizione internazionale a rendere particolarmente importante il tema della competitività, perché le imprese italiane devono confrontarsi con concorrenti che operano in condizioni differenti per costi energetici e industriali.
Alla pressione economica si aggiunge la sfida della transizione ambientale. Dal 12 agosto 2026 è iniziata l'applicazione del nuovo regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, il Ppwr, che punta a ridurre i rifiuti pro capite del 5% entro il 2030, del 10% entro il 2035 e del 15% entro il 2040 rispetto ai livelli del 2018. La normativa prevede inoltre requisiti progressivi per la riciclabilità, il contenuto di materiale riciclato e la riduzione degli imballaggi superflui.
Obiettivi che richiedono alle aziende di ripensare materiali, processi produttivi e tecnologie, con investimenti significativi in ricerca e nuovi impianti. Il problema, secondo Giflex, non è la direzione della transizione, quanto la possibilità di affrontarla senza compromettere la sostenibilità economica delle imprese.
«Alle nostre imprese è chiesta una trasformazione profonda, fatta di investimenti in ricerca, materiali, tecnologie, progettazione, impianti e competenze», sottolinea Rossini. «Per poterle attuare servono risorse, programmazione e tempo e soprattutto un quadro normativo il più possibile prevedibile che definisca con chiarezza gli obiettivi e permetta alle imprese di programmare il percorso per raggiungerli».
28 ottobre 2026, 12:03 - Aggiornata il 28 ottobre 2026 , 12:03